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Moonlight Festival terza edizione. Velvet Club, Rimini -
26, 27, 28 Agosto 2011
Un pianeta da scoprire.
Il Moonlight Festival è felice di annunciare la sua terza edizione. Quest’anno
Il locale ospitante è il Velvet Club di Rimini, storico venue della musica dal
vivo in Italia che farà da cornice speciale alle tre serate della kermesse
festivaliera, after show inclusi. Ad esso si affiancano invitanti location sul
lungomare per il pranzo e una zona relax pomeridiana presso il Velvet con
ristoro e Dj set, nonché spazi d’incontro per happening ad ingresso libero con
presentazione di libri e conferenze a cura del critico musicale Luca Frazzi,
Matteo S. Chamey e della scrittrice Erika Polignino. Chi ha frequentato le
precedenti edizioni del Moonlight Festival a Fano non si stupirà nel notare
l‘abbondanza di eventi, iniziative e contenuti che caratterizzano il calendario
riminese dell’edizione 2011, un appuntamento unico nel suo genere perché
raccoglie in un sol colpo realtà musicali il cui raggio d’azione spazia tra le
infinite variabili della new wave, del post-punk e della scena elettronica
contemporanea, un carosello di nomi leggendari e gruppi emergenti legati al
comun denominatore della ricerca antiaccademica nella grammatica musicale. Oltre
a questo il festival ha la prerogativa di coniugare la magia della musica
d’autore con la bellezza della città e del territorio circostante, gli umori
dell’una incontrano i profumi dell’altra in un’alchimia di incastri culturali
straordinaria. Rimini, città etrusca e romana (e non solo località balneare), è
un gioiello della costa adriatica che vanta siti e vestigi d’interesse
artistico-culturale quali l’Arco d’Augusto, il Ponte di Tiberio, il Palazzo
Dell’Arengo, il Tempio Malatestiano, Castel Sismondo… Uno scrigno di
architetture preziose che conserva il fascino di antichi splendori, costellato
dai resti delle domus romane, da monumenti gloriosi e piazze eleganti, memorie
italiche e - per dirla con Fellini, regista del celebre film-capolavoro
ambientato nella città romagnola - atmosfere amarcordiane inebriate dal profumo
della brezza marina, oltre che dai sapori della tradizione enogastronomica
locale. Non avremmo potuto chiedere ambientazione più ricca per il bene della
nostra musica preferita, un evento dentro l’evento destinato a suscitare piaceri
e brividi emozionali non comuni, sensazioni da condividere nell’abbraccio della
festa e della vacanza di questa tre giorni riminese sotto il sole (e la luna) di
fine Agosto.
Il sipario del Festival si apre la sera di Venerdì 26 per il primo blocco di
esibizioni in programma. Tra queste quella degli And One, nucleo germanico in
pista da oltre 20 anni alla cui guida figura il talentuoso Steve Naghavi con
Chris Ruiz, considerato tra i figli legittimi di Front 242 e Nitzer Ebb. Modern
synth-pop adrenalinico e sfolgorante, documentato da una discografia generosa,
fra cui lo stratosferico album d’esordio “Anguish” (1991) col quale vinsero il
premio “Best New Artist” e l’ultimo nato “Tanzomat” che segna un nuovo traguardo
nella parabola creativa, non-solo-EBM, degli And One, oggi più che mai
agguerriti. Materiale ad alto tasso energetico, ricco di gamme sferzanti,
corridoi ritmici piramidali, armonie trance e vertigini fisico-cerebrali a suon
di stratagemmi propulsivi duri e puri come il cristallo. Per due decenni la
musica degli And One ha scatenato le piste dei dance-club alternativi
internazionali. Con questa invitante premessa, per la prima volta sono chiamati
a travolgere il pubblico italiano col la benedizione del Moonlight. Delirio
assicurato!
Attivi da diversi anni sul fronte di una dizione electro-rock scientemente
elaborata, il duo Babylonia ha consolidato una posizione di tutto riguardo
attraverso la realizzazione di un paio di album, l’ultimo dei quali, “Motel La
Solitude”, salutato da critica e pubblico con tutti gli onori del caso. Già
all’indomani del disco d’esordio, “Later Tonight” (2005), Max Giunta (voce,
programming) e Robbie Rox (synth) conobbero un periodo di grossa visibilità
suonando nei tour europei di calibri come Client, Melotron, IAMX e Andy Fletcher
dei Depeche Mode. Affidato alla regia tecnica di Marco Baruso (Lacuna Coil,
Cradle Of Filth), il nuovo full-lenght è costato circa tre anni di intenso
lavoro, tanto ci è voluto ai due musicisti milanesi per conferire l’adeguato
respiro alle 14 tracce di “Motel La Solitude”, un florilegio di gemme euro-pop
percorse da potenti melodie e scosse hypno-beat d’epica memoria, fra Depeche
Mode, Muse… e Babylonia. Dal vivo regaleranno questo ed altro.
Tornati vittoriosi dal Contest Gothic Room Italia, i Delenda Noia sono una fra
le più giovani promesse della scena dark nostrana. Formazione snella composta da
Klord e Violara, il duo emiliano si è subito fatto notare per lo stile intenso,
estremamente lirico, della scrittura, requisito che gli valse l’aggiudicazione
di lavori su commissione come la colonna sonora per il video “Incanto Vegetale”,
presentato all’Atelier del Gusto” di Reggio Emilia, e la stesura del brano
“Rumba” per una campagna pubblicitaria spagnola. Nel 2011 hanno licenziato
l’album “NoiaEstEtica”, il cui titolo è tutto dire: l’apologia della decadenza
sullo sfondo di armonie crepuscolari e trasognanti.
Il Moonlight Festival quest’anno si fa foriero di un insperato ritorno di
fiamma: Clock DVA. Indimenticata cult-band e massima espressione della scuola
elettronica (e non) di Sheffield, Clock DVA spezza il silenzio dopo uno iato di
oltre tre lustri, come una bomba ad orologeria destinata nuovamente a mietere
molti cuori e a svelare nuovi ‘sogni sepolti’. Adi Newton, testa pensante e voce
storica del gruppo inglese, diede vita al progetto dopo essere fuoriuscito dai
ranghi dei Future (unità elettronica pre-Human League), decretando l’avvento di
una nuova scuola di pensiero che si espresse nel rock d’avanguardia prima (già a
partire dall’audiocassetta “Deep Floor” del ’79) e nella composizione
elettronica dopo, disciplina quest’ultima che conobbe ulteriori declinazioni e
ingegnosi campi d’indagine sotto l’egida TAGC (The Anti Group Communication).
Uomo di cultura, polistrumentista ed artista di raro talento, Adi Newton è un
esteta dei linguaggi non convenzionali qualunque sia la forma musicale da egli
intrapresa nel corso della sua carriera e dei due grandi cicli creativi che
l’hanno idealmente attraversata. Con i Clock DVA, inizialmente costituiti da
Steven “Judd” Turner (basso), Charlie Collins (sassofono, flauto), Roger Quail
(batteria) e il chitarrista David J. Hammond (poi sostituito da Paul Widger),
licenziò via Industrial Records (mitica etichetta dei Throbbing Gristle) il
tape-album “White Souls In Black Suits” (1980), un portentoso ibrido di
improvvisazioni free-form e derive industriali che, per quanto acerbo e
spigoloso, conteneva già tutti principi attivi che condussero al capolavoro
dell’81 “Thirst”, l’ indimenticato album su Fetish Records che si fregiava di
quel prezioso gioiello d’incanto post-moderno intitolato “4 Hours”, mentre tutto
il resto era un miracolo di forze inesplicabili, di moti ondosi increspati di
umori jazz e giri armonici di provenienza sconosciuta. Le dimissioni dal gruppo
di tutti i componenti (a parte il leader), che si coalizzarono per formare i
Box, costrinse Adi Newton a ripensare al futuro dei Clock DVA, cosa che fece
reclutando una formazione nuova di zecca per registrare il terzo capitolo lungo
“Advantage” (1983), uno splendore di gamme avant-funk ed intuizioni profumate di
magick che mai avrebbe fatto presagire all’eventualità di uno scioglimento in
tronco verificatosi di li a poco. Ci volle un lungo periodo di riflessione prima
che l’orologio dei Clock DVA annunciasse l’inizio di una nuova primavera
artistica con la pubblicazione dei 12 EP (o maxi CD) gemelli “The Act” e “The
Hacker” nel 1988, quindi dell’opus magnum “Buried Dreams” nel 1989, prove che
rappresentarono una virata radicale nei territori dell’art-pop elettronico più
evoluto e sensuale, un giro d’orizzonte semplicemente geniale che produsse messi
generose e sortite discografiche di altissimo livello, fino alla sospensione
delle trasmissioni avvenuta nel 1994. Oggi siamo in odore di terza fase creativa
per i Clock DVA e, presumibilmente, di nuove perle sonore già pronte in canna.
Salutare i Clock DVA (con annessi Anti Group) in occasione di questa performance
esclusiva sul palco del Velvet Club non solo è sacrosanto, ma è una sorta di
imperativo morale ineludibile. Non mancheranno le soprese.
La sera del 27 Agosto, i guru di Sheffield divideranno le luci della ribalta con
un altro pezzo da novanta della new wave primigenia, o meglio della Neue Welle
tedesca: i DAF (Deutsch Amerikanische Freundshaft) di Robert Görl e Gabriel
“Gabi” Delgado-López. Formatisi nel 1977 a Düsseldorf come ensemble strumentale
bello assortito, i DAF si affermarono quale estrema ratio del kraut-rock più
visionario e fuori contesto insieme a tribù coeve di scuderia AtaTak quali
Pyrolator e Der Plan, il cui leader, Kurt Dahlke fece parte della prima
incarnazione documentata nel debut-album “Ein Produkt Der DAF”, vera apocalisse
di tempeste paramusicali senza soluzione di continuità. Il primo balzo in avanti
avvenne con “Die Kleinen Un d Die Bösen” , diamante grezzo di euritmie cold wave
neofuturiste dove spiccavano i 3 minuti e 25 dell’anti-hit schizoide “Co Co
Pino”. Il terzo album “Alles Ist Gut” (1981) portò a compimento il processo di
metamorfosi con l’introduzione di sonorità macho-dance muscolari, ordite dal
vigoroso fendente percussivo di Görl e dalla vocalità sensualmente austera di
Delgado-López, gli unici due superstiti della truppa germanica assurti a
demiurghi di un genere/stile mai udito prima che fece la loro fortuna:
L’Electronic Body Music. “Der Mussolini” fu uno dei singoli vincenti della
situazione che spopolò in lungo e in largo, facendo ballare intere generazioni.
Su questa stessa falsariga, “Gold Und Liebe” e “Für Immer” confermarono i DAF
nel novero delle massime eccellenze targate ’80, mentre il sottaciuto “1st Step
To Heaven” dell’86 , germoglio sbocciato su piattaforme electro-funk altrettanto
dionisiache, tentò di colonizzare territori musicali innovativi, ma che
prelusero agli anni bui della prolungata interruzione. Bisognò attendere
qualcosa come 17 anni perché i nostri eroi maturassero la decisione di
riaccendere i motori della macchina DAF e consegnassero alla storia l’eccellente
maxi CD “Der Sheriff (Anti-Amerikanisches Lied)”, prontamente seguito dal
pamphlet dinamitardo “Fünfzehn Neue DAF Lieder”: 15 anthem in mimetica d’assalto
nella migliore tradizione del DAF pensiero.
Agli svizzeri The Beauty Of Gemina toccherà il compito di scaldare il palco di
questi due mostri sacri. Capitanato dal carismatico Michael Sele, il gruppo è
artefice di un corposo impasto di tinte gothic-rock e movenze ‘glam’
neo-decadentiste memori di Placebo, White Lies e naturalmente Sisters Of Mercy.
Hanno tre album all’attivo, fra cui “At The End Of Sea” del 2010, che li pone di
diritto fra i continuatori più ispirati di una letteratura musicale che ha
ancora molte cose da dire, non a caso scelti come support-act ai concerti di
nomi illustri, fra cui Smashing Pumpkins, Rammstein e Porcupine Tree.
L’agenda di Domenica 28 si fregia di un'altra rimpatriata d’eccezione: UK Decay.
Forgiatisi nel fuoco della rivolta punk di fine seventies militando per breve
tempo nelle file di The Resistors, i cuori ribelli di Luton (UK) fecero appena
in tempo a pubblicare una manciata di singoli e l’album “For Madmen Only” prima
di rompere le righe nel 1982. Siamo nel regno del positive-punk virato in gotico
- tra Bauhaus e Theatre Of Hate - nelle alte pressure di un blend elettrico dai
toni violenti e crepuscolari ad un tempo, alimentato da chitarre taglienti ed
una sezione basso-batteria a prova di bomba, con gli accenti canori di Abbo (aka
Steven Abbot) che evocano incubi e tormenti esistenziali mai plachi. Una breve,
ma intensissima carriera nel solco di una fede artistica refrattaria alle luci e
ai lustrini della ribalta, per quanto provocatoria e combattiva, come guerrieri
della notte addestrati a seminare il panico contro la coscienza addormentata del
mondo circostante. L’album fu ristampato nel 2009 in un CD antologico realizzato
in proprio che contiene la scaletta originale e una selezione di singoli, fra
cui i 4 brani del 12 EP “Rising From The Dread” e l’accoppiata di “For My
Country”. L’esibizione del Moonlight è un evento destinato a lasciare il segno
quanto uno scatenamento di adrenalina pura, una leggenda che torna a rivivere
nel cuore dell’Italia e degli italiani.
L’anima dark dei francesi Rosa Crux, progetto avviato da Olivier Tarabo nel
lontano 1984, si dichiara già nel nome. Nel loro retroterra ci sono i Canti di
Maldoror e i poemi di Antonin Artaud, riferimenti che nelle loro mani sono
declinati come cerimonie arcaiche non prive di tinte teatrali ed immagini forti,
con le liriche cantate in latino che provengono preferibilmente da testi
antichi, e gli allestimenti di scena pensati ad hoc seguendo uno schema estetico
tutt’altro che convenzionale. I loro concerti sono veri e propri rituali intrisi
di mistero ed atmosfere ultratombali, un ricettacolo di uffici esoterici,
metafore e alchimie sonore a base di strumenti tradizionali e strani
marchingegni tecnologici di loro invenzione come il BAM (Batterie Acoustique
Midi), sorta di batteria analogica programmabile che consta di otto tamburi e
due piatti. Il BAM valse a Olivier Tarabo il conferimento del premio
“Innovazioni e Invenzioni per il Figlio”. Per via della loro pronunciata
connotazione eretico/rituale i Rosa Crux sono stati, fra l’altro, paragonati ai
Virgin Prunes. Hanno all’attivo diversi album ed alcuni singoli, uno dei quali,
il mini CD “Dance De La Terre”, rilasciato nel 1992 sotto l’egida della mitica
cult-label Sordide Sentimental.
Un altro pezzo di storia - classe 1982 - che desterà emozioni dimenticate e
ritrovate. I Go Flamingo! di Ferrara hanno respirato la temperie del post-punk
d’annata targato Italia, influenzati come gran parte delle formazioni di allora,
dai suoni nuovi proventi da Regno Unito e USA. Hanno empatizzato i fermenti del
cambiamento generazionale che fu, proiettandoli in uno stile agile e fresco,
puntellato dagli accordi della elettrica e governato su tappeti ritmici fatti
viaggiare in scioltezza. La loro produzione discografica, assai minimale,
potremmo riassumerla come segue: dopo la pubblicazione di un demo tape accolto
favorevolmente, i Go Flamingo! ebbero l’opportunità di partecipare con tre brani
alla compilation “A White Chance”, questo non prima di aver vinto il Concorso
‘Indipendenti 84’. Due anni più tardi licenziarono per Fare Musica il loro primo
ed unico vinile, l’omonimo mini album del 1986. Se avessero continuato avremmo
sicuramente scommesso su di loro.
Aldo Chimenti
Direzione artistica, ideazione, realizzazione
del progetto
Un festival di tre giorni che tratterà la musica in tutte le sue varie
sfaccettature:
Musica dal vivo, musica con dj, conferenze e presentazioni di libri ed
opere inerenti alla musica, incontri di musicoterapia, incontri con
musicisti, scambio
di opinioni in occasione di dibattiti, momenti di aggregazione grazie a
stand gastronomici e di vendita abbigliamento, dischi, merchandising e
memorabilia varie.
Un festival che coinvolgerà il pubblico attivamente dal mattino a notte,
una full immersion nella musica, Musica non solo suonata e ballata, ma
musica capita, vissuta, proposta, discussa e vista come mezzo di
comunicazione tra le persone, vista come confronto, come momento
introspettivo e come metodo curativo, musica che non si riduce solamente
ad una "one night".
Moonlight Festival è musica come interazione globale, non solo di
pochi eletti, ma musica di tutti, è l'attività in musica, è la
sperimentazione indistintamente di chi ama la musica, è la ricerca e
l'ascolto di nuove sonorità, è il vivere la musica attivamente.
Moonlight festival è anche la conoscenza del territorio: il
concetto di festival itinerante in tre luoghi diversi della città farà
scoprire e riscoprire la città nei suoi aspetti storici, grazie alla
facoltà di intraprendere itinerari storico culturali proposti nel
cammino tra le locations degli eventi.
Cultura, storia, aggregazione giovanile, turismo, conoscenza del
territorio, il tutto sotto un'unico comune denominatore: la musica.
Un festival incentrato sulla musica non convenzionale, sulla musica
elettronica e sul fenomeno della musica nata negli anni '80 quali la new
wave, dark wave, post-punk, gothic rock e musica elettronica.
Il desiderio di fare il festival è diventato
un'appuntamento annuale, sono stati e verranno proposti alcuni artisti di livello
internazionale che hanno reso celebre questi generi musicali nel passato
e nel presente.
L'idea di questa rassegna nasce ed è proposta dall'Associazione Culturale senza scopo di lucro
"Moonlight Fano".

Perchè un Festival New Wave, Electro e Gothic
in Italia
Assolutamente una novità per l'Italia,
quella di riunire in un unico festival questo prezioso genere musicale
dalle mille sfaccettature che abbraccia due generazioni.
Lo scopo e l'ambizione di questa rassegna è un modo interessante e di
intrattenimento per proporre al pubblico le origini della musica
pop-leggera contemporanea con i suoni elettronici che hanno influenzato
ed influenzano tutt'ora il mondo musicale degli ultimi 30 anni.
Mai come ora in Italia, in Europa e nel mondo c'è una grandissima
influenza new wave nelle produzioni musicali, nella moda e nelle arti
varie.
Una rassegna che in tre giorni racchiude ogni sfaccettatura culturale e
sociale di questo fenomeno così importante, che in estate, oltre ad
amanti del genere da tutta Italia ed Europa, richiama anche una forma di
turismo di matrice culturale sul territorio,
le sue origini, la sua storia, i suoi monumenti, i suoi palazzi antichi,
le sue risorse turistiche, artistiche e culturali.

La storia: la musica elettronica e la New Wave
A
differenza di tutti gli altri generi musicali contemporanei, la musica
elettronica ha avuto una gestazione complessissima, un processo di
sviluppo e di trasformazione estremamente lungo e difficoltoso che getta
le sue basi precisamente a metà del ‘900, con il crollo dei sistemi
concettuali classici e il distacco dal tradizionalismo musicale
mitteleuropeo per poi proseguire attraverso vorticose evoluzioni interne
fino ai giorni nostri.
Paradossalmente si può dire che quella elettronica, nonostante la sua
essenza tecnologica e la sua estetica futurista, è la musica attuale più
antica e remota di tutte, nonchè l’unica, anche se pare azzardato dirlo,
realmente legata agli ultimi bagliori della musica classica d’inizio
secolo.
Affermare che la musica elettronica è stata la corrente che per prima ha
segnato un brusco sradicamento dalle concezioni tradizionaliste della
mitteleuropa è per questo necessario per comprendere al meglio
l’importanza che tale movimento ha avuto per la musica degli anni a
venire.
L’elettronica mette infatti in ginocchio secoli di innovazioni e
ricerche strutturali, cancella, e lo fa tramite la sua estetica
distruttiva, tutti i sistemi musicali preesistenti e i canoni
compositivi ad essi associati, ovvero dei modi, delle tonalità, delle
scale e di quelle armonie faticosamente costruite nel corso dei secoli.
Più semplicemente, la musica elettronica annichilisce il passato e,
qualche volta con leggeri residui di autocompiacimento, ricrea una
realtà completamente nuova che getta cenere su un intero millennio di
sudate innovazioni strutturali: La musica non viene più scritta e
annotata sul pentagramma in quanto tutto è registrato su nastro
magnetico, i più classici strumenti musicali spariscono per lasciare
spazio a valvole elettroniche e generatori d’onde, annientando così
tutta quella serie di tradizioni e conservatorismi su cui la cultura
europea si è da sempre cullata e ampliando vertiginosamente la
frammentazione culturale di un intero continente.
Parlare della musica elettronica dei giorni nostri è per questo
riduttivo se non si volge indietro lo sguardo ai personaggi e agli
esperimenti che, per primi, l’hanno fatta sviluppare e progredire
tecnicamente: Da una parte vi è lo studio radiofonico di una Parigi
febbrile e insaziabilmente avanguardista, dall’altra una Germania ancora
scossa dalla Guerra Mondiale ma caricata dal profondo bisogno di una
cultura nuova che, per intima e violenta necessità, doveva rappresentare
un assoluto distacco dall’ormai incenerita tradizione d’inizio secolo.
Da questi due presupposti la musica elettronica cominciò a prender piede
sviluppandosi, anno dopo anno, in sperimentazioni sonore sempre più
profonde e che inevitabilmente si pongono come imprescindibili antenati
del suono elettronico moderno.
Dopo gli anni 60 la musica elettronica non conobbe più interpreti
speciali e degni di essere considerati come un capitolo a parte: Con
l’improvvisa esplosione delle nuove tecniche compositive, con la
conversione dei suoni tradizionali in suoni campionati e con
l’irrefrenabile corsa verso il futuro di una tecnologia in piena
espansione, il mondo elettroacustico subì una serie di profondissimi e
radicali cambiamenti.
La scelta della materia utilizzabile, gli spesso estenuanti esperimenti
tecnici per modellare i suoni e i tentativi di fondere le più disparate
istanze musicali scomparvero gradualmente, svuotando il compositore dei
più febbrili stimoli di una ricerca avanguardista che prima d’allora si
poneva in maniera diretta e quasi viscerale con i mezzi e gli strumenti
a disposizione, ma donandogli d’altra parte dei veri e propri cataloghi
sonori attraverso i quali ogni musicista poteva comporre senza più
ricorrere a registratori o a generatori d’onda manuali.
In questa sorta di “superamento del superamento”, la musica elettronica
conobbe la sua definitiva espansione anche nei riguardi della musica
globale, soprattutto grazie alle intuizioni che i Kraftwerk formularono
genialmente agli inizi degli anni ’70, allontanando il genere da quella
spesso forzata dimensione di intellettualismo colto e diradando la sua
portata espressiva alla musica nella sua assolutezza.
Fu negli anni 80 che, dallo sperimentalismo elettronico tedesco nacque
la musica new wave.
La musica New Wave, o semplicemente New Wave, non è solo un movimento
musicale, ma è un movimento culturale, artistico e musicale che nacque
tra la fine degli anni settanta e i primi anni anni ottanta del XX
secolo quale evoluzione del movimento punk, ma anche dello
sperimentalismo elettronico tedesco (Krautrock e Kosmische Musik) e
dell'art-rock.
Non è semplice dare una definizione esatta del movimento New Wave: Si
può addirittura affermare che il termine sia stato utilizzato, a cavallo
degli anni ottanta, per indicare qualunque stile artistico non fosse
etichettabile in qualche altro modo. In campo musicale, quindi, non
stupisce l'estrema varietà degli stili degli artisti catalogati come New
Wave, che avevano formazione ed influenze musicali estremamente
eterogenee.

La storia: la New Wave in Italia
Fin dai primissimi anni '80 si formarono numerose band nelle maggiori
città italiane, Firenze e Bologna conoscono le prime sperimentazioni e
produzioni indipendenti, alcune radio locali sostengono e mandano in
onda brani ancora sconosciuti.
Firenze, con sicuramente la band più significativa della wave Italiana,
diventata oggi band di culto: i Neon, godrà di una produzione piuttosto
ricca e sarà anche la più fortunata con gruppi come Pankow ed altri.
Bologna, ma sarebbe più corretto dire l'Emilia, fatica ad interpretare
lo spirito new wave e le produzioni locali risentono di un forte
attaccamento al Punk.
Comunque in Italia la musica New Wave ascoltata nei Club (QBo a Bologna,
Tenax a Firenze, Slego a Rimini, Aleph a Gabicce, Rolling Stone e
Plastic a Milano, Hiroshima e Tuxedo a Torino, Psyco a Genova, Graffio a
Modena ecc..) è rigorosamente Inglese. Bauhuaus, Joy Division, The Cure,
The Smiths, Soft Cell, Depeche Mode e tantissime altre band ispirano le
poche band Italiane.
Si può giungere ad affermare che la new wave è il primo fenomeno post
moderno del rock, è un rapido ed esuberante rinascimento che sfrutta gli
istinti creativi della nuova generazione, la sua sete di conoscenza e
rielaborazione del passato, la curiosa, vivace disponibilità a
confrontarsi con i nuovi mezzi che la tecnologia offre, spesso colmando
con entusiasmo gli handicap di conoscenza tecnica.
Se si vuole un segno di quanto sia stata ricca ed originale la
produzione new wave, si pensi al grande numero di dischi d'esordio dai
contenuti sorprendenti, nel senso proprio letterale di opere, in grado
di suscitare stupore e curiosità.
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