DARK E POST-PUNK, UNA QUESTIONE DI TERMINI?
Luca Frazzi
Fano, 31 luglio 2009

Innanzitutto grazie all'organizzazione per l’invito. Mi sono chiesto se la mia presenza qui a Fano, in questo contesto avesse un senso, vista la mia storia personale e i miei trascorsi da “critico”…di certo ha più senso la presenza di Stefano Morelli, che vi illustrerà la storia e i cambiamenti di un genere musicale che molti di voi, specialmente i più giovani, associano NATURALMENTE all’estetica dark. Stefano di questo, vi parlerà, di come il dark è cambiato negli anni e si è in qualche modo adattato al contesto degli anni novanta e del nuovo millennio. A me interessa invece chiarire certi concetti legati alle ORIGINI del movimento. Il mio imbarazzo sta anche nel fatto che io ho prima SPOSATO la causa del post-punk per poi allontanarmi da esso, quasi per rigetto verso una situazione che stava degenerando e si stava svuotando di significati…Non ho la presunzione di saperne più di altri sull’argomento e non sto per dirvi nulla di DEFINITIVO. Il mio è solo il punto di visto di chi c’era e di chi, nel suo piccolo e in una piccola realtà di provincia come poteva essere quella del mio paese, Fidenza, ha VISSUTO quella scena (per inciso, una scena INDIMENTICABILE). Spero di non risultare DEL TUTTO, ma solo UN PO’ fuori contesto.

Tornando al titolo che ho scelto per questo incontro: NO, NON E’ SOLO UNA QUESTIONE DI TERMINI, ma di sostanza.
Considerato il contesto nel quale ci troviamo, che è quello di un festival volto a ricordare, valorizzare e proiettare nel futuro l’etica e l’estetica di un suono CONNOTABILE secondo certi canoni, è giusto fare un breve excursus storico per capire COME si è arrivati a definire certi termini (dark e post-punk, appunto) e ad associarli a certi suoni. Questo breve percorso, che ovviamente dobbiamo ridurre ai minimi termini, non parte dalla preistoria. Leggendo le note del sito di questo festival (che, ne approfitto per sottolinearlo, MANCAVA nel panorama fittissimo dei festival italiani, e va a colmare un vuoto EVIDENTE), mi ha colpito un passaggio, ovvero:

PARADOSSALMENTE SI PUO’ DIRE CHE QUELLA ELETTRONICA, NONOSTANTE LA SUA ESSENZA TECNOLOGICA E LA SUA ESTETICA FUTURISTA, E’ LA MUSICA ATTUALE PIU’ ANTICA E REMOTA DI TUTTE, NONCHE’ L’UNICA, ANCHE SE PARE AZZARDATO DIRLO, REALMENTE LEGATA AGLI ULTIMI BAGLIORI DELLA MUISCA CLASSICA D’INIZIO SECOLO.

Ammetto che la cosa mi ha un po’ sconcertato. Poi, riflettendoci sopra, ho capito che in un’affermazione del genere c’era del vero, e anche tanto. A maggior ragione, alla luce di questo, ritengo sia necessario ragionare sui termini e mettere qualche paletto. Il ragionamento che farà Stefano (ve lo dico subito: decisamente più inserito nel contesto generale di questo festival) copre un arco temporale che è quello degli ultimi 20 anni di musica “dark”, in tutte le sue inflessioni. A me invece interessa capire COME si è arrivati a quel punto di partenza che collocherei più o meno alla fine degli anni ottanta. Senza fare troppi passi indietro nel tempo, ovvio. Non intendo tornare né agli anni sessanta né al krautrock tedesco dei primi settanta. Parto dal punk per arrivare ad esprimere, a configurare una premessa assolutamente NECESSARIA: quello di “dark” è un concetto che nasce in un secondo tempo, attorno all’84. Prima si parla di post-punk, alle origini addirittura di new wave. E questo crea confusione. Per fare chiarezza vi consiglio caldamente la lettura di un testo bellissimo ed esaustivo: “Post-Punk” del giornalista inglese Symon Reynolds, tradotto uscito l’anno scorso in Italia per ISBN.
Noi invece in questa sede ci limitiamo a “delimitare il campo”.

Andiamo con ordine, allora. Il 1977: Sex Pistols, Clash, Jam, Damned, Ramones, Heartbreakers, Dead Boys. La rottura col passato, più o meno convinta, più o meno cosciente, più o meno TOTALE. I Sex Pistols rifanno gli Who e gli Small Faces, i Clash suonano R&B, i Damned coverizzano i Beatles, i Jam sono i nuovi mod, i Ramones velocizzano la bubblegum music dei medi sessanta, eppure TUTTI ostentano una rottura col passato, ne fanno una bandiera e un motivo d’orgoglio. In fondo, è il 1977. Questo allora è il primo elemento: lo stacco, la rottura con la storia e la tradizione. E qui sta il primo (come dire) INGHIPPO, la prima contraddizione con quanto sostenuto nelle tesi iniziali, quelle che stanno alla base del festival, ovvero che “…l’elettronica…è la musica attuale più antica e legata agli ultimi bagliori della musica classica d’inizio secolo…”. Quello che oggi classifichiamo come dark o post-punk è NATURALMENTE figlio del punk, più che di quello che viene prima del punk. Tralasciamo il fatto che Johnny Rotten fosse un fan del krautock e che molti punks della prima generazione fossero figli di David Bowie. È il 1977 l’anno zero, gli altri sono dettagli. È nel ’77 che emergono (erano già nati, ma si comincia a parlare di loro) Siouxsie & The Banshees, Wire ed Ultravox. La grandezza e l’importanza del punk sta qui, nell’aver racchiuso in un unico calderone forme espressive molto lontane tra loro. Dal punk del ’77 nasce l’hardcore, la musica Oi, nasce certa elettronica, nasce il post-punk. Nasce soprattutto la new wave.

ATTENZIONE A QUESTO PASSAGGIO: la new wave, la nuova onda.

La new wave, secondo il mio modesto parere, non è (quantomeno, non è SOLTANTO) l’inizio di quello che ci riunisce in questi giorni qui a Fano. Anzi, all’inizio è qualcosa di CONCETTUALMENTE e FORMALMENTE MOLTO LONTANO da tutto questo. Si comincia a parlare di new wave in Inghilterra e negli Stati Uniti quando da noi ancora non si sa bene cos’è il punk. Là, invece, in Uk e USA, il punk ha già estinto il fuoco iniziale e sta mutando. È il 1978.

L’anno scorso usciva un numero speciale della rivista inglese Mojo per i 30 anni della new wave e, non a caso, in copertina c’era una certa Debbie Harry (Blondie), mica Siouxsie. E si parlava di gente come XTC, Devo, Joe Jackson, Elvis Costello, Squeeze, B-52’s. Insomma, gente col sorriso sulle labbra, molto, molto lontana da certe ossessioni e dalla claustrofobia creativa dei gruppi post-punk. In estrema sintesi, la new wave era quella: sorrisi, un ritorno all’estetica sixties (anche se filtrata da una visione futuribile del mondo, vedi Devo o B-52’s), suoni chitarristici aperti e tutto sommato melodici. Da noi, in Italia, se ne comincia a parlare dopo, quando, col solito ritardo fisiologico, il punk sta cambiando. In Inghilterra nello stesso periodo SIAMO GIA’ AL TERZO, QUARTO CAMBIAMENTO in atto. Da noi no. Da noi quello che non è più punk è AUTOMATICAMENTE new wave, quando invece il termine più corretto per definirlo sarebbe post-punk (dopo-punk) che, mi rendo conto, può voler dire tutto e niente, ma è sempre meglio di un più generico “new wave” e soprattutto dice QUALCOSA DI DIVERSO da “new wave”.

In Italia il post-punk trova terreno fertile perché l’intimismo e una forte propensione al romanticismo (può sembrare una banalità ma è vero) sono tipicamente NOSTRI. Appartengono alla nostra cultura musicale e letteraria e rispondono al nostro “bisogno di introspezione” un po’ ostentato.

Diverso è il discorso per quanto riguarda l’Inghilterra, dove l’anno chiave è il 1979. quell’anno escono Unknown Pleasures dei JOY DIVISION, Entertainment dei GANG OF FOUR, 154 degli WIRE, Join Hands di SIOUXSIE & THE BANSHEES, Metal Box dei PIL, Secondhand Daylight dei MAGAZINE, esce il singolo Bela Lugosi’s Dead dei BAUHAUS, escono i primi singoli dei KILLING JOKE. È anche l’anno del successo commerciale di figure come GARY NEWMAN, che deve tutto ai Kraftwerk, l’anno in cui JOHN FOXX lascia gli Ultravox e la sperimentazione più estrema (pensiamo ai Throbbing Gristle) alza l’asticella e porta AI LIMITI certi concetti “negativi”.

Da noi si sposano le cause del dopo-punk ma se ne fa un uso diverso e soprattutto le si connota come “italiane”, in tutto e per tutto. È vero, come dicono le note del festival, che in Italia in quella fase si guarda quasi solo all’Inghilterra (e quasi per nulla agli USA), ma è anche vero che la cosiddetta “new wave italiana” ha FIN DALL’INIZIO caratteristiche proprie. Possiamo individuare nel 1980 il nostro anno zero. Quell’anno esce il singolo “Information of death” dei NEON per la Urgent Label. Le cose nascono lì, con una forte (e, va detto, INEVITABILE) vena esterofila che si stempera quasi subito. Il movimento vive un’ascesa costante in popolarità e l’estetica SI SPOSTA SULLA NOSTRA STORIA. Firenze è la capitale indiscussa (Neon, Litfiba, Diaframma) ma è l’intera Italia alternativa (o meglio, una metà. L’altra partorisce la scena HC) a sposare la causa dell’intimismo più ricercato, in alcuni casi più barocco che gotico. Penso ad alcuni casi “estremi”, come per esempio le elaborazioni grafiche e sonore di Paolo Cesaretti a Firenze per la sua rivista “Free” (che aveva sovvertito il concetto di fanzine): lussuosa, in edizione limitata, con contenuti d’elite e una confezione che era TUTTO MENO CHE PUNK, per intenderci. In quella fase i suoni “cupi” e, come si diceva allora, “post-industriali” si accompagnano a un’estetica elegante ma, per scelta, opprimente, asfittica. Subito molto essenziale, poi più articolata e di UN’ELEGANZA TUTTA ITALIANA. Nell’82 esce la raccolta-manifesto “Gathered” per la Electric Eye (un’etichetta indipendente che pubblica anche le prime cose di Karnak, Wax Heroes e Pankow), l’anno dopo esce il suo seguito “Body Section”. “Rockerilla” in quel momento è in tutto e per tutto l’organo ufficiale dei “nuovi suoni” (a differenza delle fanzines è distribuito su tutto il territorio nazionale, lo si trova in edicola e fa da collante per la scena. Ricordatevi sempre che internet non esisteva…). “Nuovi suoni” che in Italia hanno due facce, due derive del punk ’77. da una parte la new wave (o meglio, ribadiamo il concetto: meglio dire post-punk), dall’altra l’hardcore. UN’ALTRA PUNTUALIZZAZIONE NECESSARIA: quasi nessuno parla di “dark” riferendosi alla new wave, almeno sino a quel momento.

Io in quella fase (‘83/’84) scrivevo per una fanzine che si chiamava “Komakino” (come uno dei più famosi bootlegs dei Joy Division) e in quelle pagine, lo ricordo bene, c’era tutta la voglia di TORMENTO, INTROSPEZIONE e SOFFERENZA tipici di quegli adolescenti che si sentono “diversi”, “speciali” e “non capiti”. Penso sia sempre stato così, ogni epoca ha avuto la sua valvola di sfogo. E pur nel suo essere irreggimentato, il post-punk era comunque una SPLENDIDA valvola di sfogo. Era la musica giusta per chi si guardava attorno, accendeva la radio, veniva bombardato da Cecchetto, dalla disco-music, dal pop melodico italiano, dall’hard-rock più becero e GLI FACEVA SCHIFO TUTTO. Si chiudeva in camera, si immergeva nel tormento di Ian Curtis o si lasciana traspostare dal giro di basso di Peter Hook dei New Order in “Leave me alone” e COSI’ SI SENTIVA CAPITO. Per me il post-punk è sempre stato questo. Essenzialità, demagogia nella giusta dose (sempre misurata), senso di appartenenza, una capacità rinnovata di scavare nell’animo dei ragazzi, una capacità (questa si, davvero nuova) di “gestire” la freddezza. UN ELEMENTO NUOVO. Finalmente, grazie al post-punk, non era più necessario sorridere o “suonare con calore” per esprimere certi sentimenti. Lo si poteva fare anche con una batteria elettronica, con un giro di basso scheletrico, con una chitarra gelida e lontana suonata come lo facevano i Diaframma. Insomma, NESSUNO VIETAVA DI FARLO, MA SORRIDERE NON ERA PIU’ UN OBBLIGO. Questa è una rivoluzione, anche se, va detto, in effetti c’era poco da sorridere in quei giorni, immersi come eravamo in incubi nucleari (Reagan Breznev, The Day After), nel riflusso più reazionario (erano gli anni di “Drive In”) e nella “Milano da bere” che era diventata “L’Italia da bere”. In quegli anni, parlo sempre dell’83/84, conducevo un programma in una piccola radio locale del mio paese, Radio Fidenza Onda Libera. Quel programma si chiamava “1984” (un altro riferimento a Orwell e a certi incubi…) e in studio, ricordo, ospitavo gruppi come Faded Image, Underground Life, Le Masque, tutte figure che erano TOTALMENTE CALATE in quella logica. Ed ero ORGOGLIOSO DELLA MIA DIVERSITA’. Al contrario di come li vedeva la gente, ritenevo quei gruppi e quei suoni qualcosa di POSITIVO, e di VITALE. Anche ripensandoci oggi, non sbagliavo di tanto.

All’inizio dell’84 “Rockerilla” (voce ufficiale della new wave) esce con i Neon in copertina e il titolo “Firenze capitale dl rock italiano”. E’ UN ULTERIORE PASSAGGIO. Nei suoni e nell’estetica di quei giorni fanno capolino i primi richiami gotici e tribali che poi si svilupperanno negli anni successivi. Dall’Inghilterra arriva un nuovo termine, “positive-punk” quando si descrivono gruppi come Play Dead o Sex Gang Children. I capelli crescono, assumono tagli particolari, l’immagine dei gruppi del dopo-punk CAMBIA RADICALMENTE. Pensiamo ai Neon dell’84, per restare a casa nostra, ma anche ai Southern Death Cult, ai Virgin Prunes, agli stessi Sex Gang Children. O ai gruppi del Batcave londinese, come i Flesh For Lulu. L’immagine si fa più “carica”, guerresca, tribale, appunto. NERO, TANTO NERO, che spicca nel contrasto col pallore della pelle, figlia di un’esposizione solare ridotta (non a caso, per ogni cosa c’è una spiegazione. Aldilà della facili battute, anche questo rimanda al “chiudersi in camera per sentirsi diversi e capiti”, come si accennava prima…). Ma c’è un altro elemento che pesa in questo ulteriore passaggio, ovvero IL RITORNO AL PROSCENIO ALLARGATO, alla CLASSICA “PLATEA ROCK”. Ci sono eccezioni, anche piuttosto significative, penso a formazioni importanti come THIS MORTAL COIL e COCTEAU TWINS, per citarne due tra le più conosciute, opure, sul versante più radicale, ai DEATH IN JUNE, ma è un’altra l’estetica (e lo stile) in ascesa, ovvero quella di un gruppo che di nome fa SISTERS OF MERCY, che torna ad usare i Marshall e che nella sua versione successiva, i MISSION, porta l’estetica dark (e in questo caso, forse per la prima volta, è corretto adottare questo termine) ad assumere DIMENSIONI, RISCONTRI E “VOLUME” che l’allontanano (definitivamente?) dalle proprie origini. L’INTROSPEZIONE NON E’ UN AFFARE DA GRANDI ARENE e DA CONCERTO ROCK CANONICO. I Sisters Of Mercy invece a quello guardano: grandi platee, un approccio alla materia più vicino ai LED ZEPPELIN che non ai JOY DIVISION.
IN TUTTO E PER TUTTO, E’ LA FINE DI UN’ERA.

Siamo alla metà degli anni ottanta e non c’è nulla che si avvicini di più alla tradizione, agli anni settanta e quindi AL PASSATO (inteso anche come “concetto” di passato), di gruppi come i Sisters Of Mercy o i Cult che mescolano il tribale, il gotico, i cappelli a falde larghe e gli stivaletti alla Jim Morrison. In quel momento cambia anche il pubblico. Se prima ai “concerti new wave” (continuiamo a chiamarla così per comodità) andavano i reduci del punk, da quel momento cominciano a vedersi anche METALLARI. Impensabile, sino a qualche tempo prima. È una commistione tra generi e attitudini che SCONCERTA i new-wavers della prima ora e che effettivamente SPOSTA L’ASSE DELLE RICERCA. Si parla sempre meno di introspezione e i modelli diventano altri: il romanticismo, il gotico “di facciata”, IL NERO COME ESPRESSIONE DI FORZA PIU’ CHE DI DIVERSITA’. Il termine “dark”, che in quel momento circola sempre di più, assume un’accezione per certi versi sbagliata. Si definisce “dark” chi è pallido, con gli occhi cerchiati, i capelli a salice e TANTE BORCHIE QUANTO LEMMY DEI MOTORHEAD. In quel momento la new wave è già morta e sepolta. E non dico la new wave degli Elvis Costello e di Blondie, ovvio, ma nemmeno quella di Wire e Joy Division. SIAMO DI FRONTE A UN’ALTRA COSA. Per questo occorre ragionare sui termini e tornare al NOCCIOLO, alla loro essenza: per non perpetrare quell’equivoco di fondo che ci ha portato negli anni a snaturare un genere e a espropriarlo di certi significati.

Oggi può sembrare una questione di lana caprina dilungarsi sui termini, tenuto anche conto del fatto che da quei giorni sono passati 25 anni e che PER FORZA DI COSE è cambiato TUTTO (contesto sociale, artistico, l’estetica, i suoni). MA NON LO E’. Significa rendere giustizia ad una storia che ha radici conosciute, ben identificabili, che affondano nel punk. Dalla fine degli anni ottanta ad oggi la musica (la NOSTRA musica, quella per la quale siamo qui oggi) è cambiata, è cresciuta, si è contaminata con tutto il contaminabile ed è parzialmente tornata sui suoi passi ma è da lì che bisogna partire, dal ’77 e dal punk, per capire di cosa stiamo parlando. Se non lo facciamo, rischiamo davvero DI FARE UN TORTO ALLA STORIA e soprattutto di non capire cosa è successo dopo, nel bene e nel male.

Grazie.