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LA FACTORY, 30 ANNI DOPO
la storia del post-punk nella storia di un’etichetta di Luca
Frazzi
Fano, 10 luglio 2010
È uscito da poco, tradotto e pubblicato in Italia dalla casa
editrice ISBN, un bel libro del giornalista Simon Reynolds. Si
intitola Totally Wired, arriva dopo Post-Punk, ed è il suo
“dietro le quinte”, ovvero la raccolta di tutte le interviste
che sono servite a Reynolds per assemblare Post-Punk. Uno degli
intervistati è Tony Wilson, boss della Factory Records.
L’intervista risale al 2006, poco prima della sua morte.
Reynolds dice a Wilson:
Se penso alla scena post-punk della città, quel che mi sorprende
è che nessuna delle formazioni di Manchester la cui esistenza è
stata ispirata dal punk fosse particolarmente politica. Non
c’erano di sicuro né punk di protesta né agit-prop…
Questa la risposta di Wilson:
ho sempre pensato che iPpistols fossero il miglior gruppo di
tutti perché non erano davvero agit-prop. I versi agit-prop
migliori li ha tirati fuori Jamie Reid. Niente del vero punk era
da falce e martello. Sarebbe stato troppo ragionevole.
L’agit-prop è socialista, ma l’intero sfondo del punk è il
situazionismo. Il punk era più semplice e brutale, che è il
motivo per cui doveva esserci il post-punk. Uno dei miei più
grandi rimpianti è che Bernard (Sumner) dei New Order è furbo, e
la cosa mi faceva incazzare alla grande. È il 1990, sto
ascoltando un programma sulla storia dei Joy Division/New Order
su radio One, sento Bernie dire “il punk fu meraviglioso, spazzò
via tutta la merda. È difficile ricordare quanto facesse schifo
la musica agli inizi degli anni settanta. Era diabolica, una
discarica da cima a fondo. Il punk fu l’esplosione che spazzò
via tutto, ma era semplice e SEMPLICISTICO. Non diceva
nessun’altra cosa se non “mi annoio”. Prima o poi doveva per
forza arrivare qualcuno che usasse la semplicità del punk per
esprimere emozioni più complesse”. E a me veniva da dore
“Dannazione, quel bastardo ha ragione anche stavolta!”. La mia
versione del comento di Bernie è “il punk era meraviglioso, ma
tutto quel che poteva dire era una semplice emozione:
“Vaffanculo”. Prima o poi qualcuno doveva usare quella musica
per dire “sono fottuto”. Quelli che l’hanno fatto sono i Joy
Division. Per come la vedo io sono loro il primo gruppo del
post-punk…
Io partirei da qui col mio ragionamento, da questa dichiarazione
di Wilson che mi consente di ricollegarmi al mio intervento
dell’anno scorso qui al Moonlight. In quell’occasione cercavo di
mettere qualche paletto, di fare chiarezza su termini sui quali
per anni si era equivocato, quelli di dark e post-punk, cercando
di rimarcare le differenze non solo stilistiche ma anche, come
dire, “ideologiche” e “concettuali” tra le due situazioni. Il
dark, dicevo, era solo una delle tante derive del post-punk,
quella se vogliamo più teatrale, volutamente grottesca e
parzialmente scontata. Il post-punk, dicevo, era figlio del
punk, e non solo per una questione temporale o di termini, ma
anche per una questione di sostanza. Al Moonlight di quest’anno,
vista la presenza illustre di nomi come Peter Hook, A Certain
Ratio, Names, e considerata una ricorrenza triste ma importante
come la morte di Ian Curtis (icona post-punk che col dark aveva
ben poco a che fare, anche se specialmente in Italia sulla cosa
si è equivocato parecchio) e l’uscita di un capolavoro come
Closer, torno a ribadire certi concetti passando però attraverso
la storia di una delle etichette simbolo del movimento, la
Factory Records. Un’etichetta che formalmente non c’è più ma che
a tutt’oggi, più di 30 anni dopo la sua nascita, continua a
costituire un punto di riferimento e un’evidente influenza (non
solo sul piano musicale ma anche su quello grafico e
attitudinale) per chi oggi continua a ESSERE post-punk (un
“post” molto lungo, a quanto pare, ma ancora vitale). Al punk
ero arrivato in un viaggio a ritroso in quel mio intervento di
un anno fa volto a recuperare le radici di un fenomeno, dal punk
invece oggi PARTO. Dal punk e dalla Manchester del ‘76/’77.
Facciamo un po’ di conti. I membri dei Joy Division, la maggior
parte di loro, sono nati nel 1956, nel momento del boom del
punk-rock sono poco più che ventenni. Tony Wilson, figura-chiave
nella storia dell’etichetta, è del 1950. potrebbe essere il loro
fratello maggiore. Ma la differenza sostanziale non sta solo in
quei 6, 7 anni, ma anche e soprattutto nel fatto che Wilson ha
attraversato i tardi sessanta da tardo-adolescente e i primi
settanta da protagonista della scena rock pre-punk: Bowie, il
glam, i Roxy Music, eccetera. È DENTRO l’ambiente, si occupa di
musica, approda a Granada TV e, a soli 27 anni, conduce uno
degli show televisivi più interessanti del momento, So It Goes,
nel quale ospita le esibizioni delle sensazioni del momenti come
Iggy, i Pistols, i Magazine, i Buzzcocks. A suo modo, è già una
potenza. I Joy Division no, sono ventenni ingenui cresciuti col
glam che hanno trovato nel punk una valvola di sfogo e una base
di partenza per sviluppare discorsi nuovi. Wilson decide di
“guidarli”.
Lo scenario è quello di Manchester, non Londra. Particolare
importantissimo e inedito. Manchester è una città industriale e
come tale, nella seconda metà degli anni settanta, vive la crisi
economica in termini ancora più duri rispetto alla capitale.
Manchester è IL NORD: più chiuso, più cupo, più duro. Pensandoci
(soprattutto a posteriori) appare logico che l’etichetta simbolo
del post-punk sia nata lì, piuttosto che a Londra. Però tutto
nasce col punk e con bands (e figure) che al punk sono legate.
Qualche nome: oltre a Tony Wilson, Alan Erasmus, Peter Saville,
Martin Hannett, Rob Gretton. Vediamo chi sono.
Alan Erasmus è un attore momentaneamente disoccupato
appassionato di nuovo rock, Peter Saville un giovane grafico
molto promettente, Martin Hannett un produttore che si sta
facendo le ossa con gruppi punk come i Buzzcocks, Rob Gretton
dice di essere un manager. Attorno a questi nomi ruoterà la
storia della Factory, un’etichetta che si distinguerà fin da
subito per alcune sue scelte quantomeno singolari e per una
“filosofia” di base che nel tempo ne faranno un’icona. Siamo nel
1978. l’anno prima a Manchester era passato il ciclone punk: due
concerti dei Sex Pistols, i Clash, i Damned. Insomma, era
cambiato tutto. Nel ’78 l’onda lunga del ’77 e del punk spinge
Wilson a stringere i tempi. È il momento giusto per far nascere
un’esperienza nuova, che del punk conservi l’immediatezza e
l’anticonformismo curando di più però la ricerca stilistica e la
“forma”, l’immagine di fondo, quella che deve caratterizzare
ogni uscita e connotarla subito come una “produzione Factory”.
Il ’78 ancora non è l’anno del post-punk, quello sarà il ’79 con
l’uscita di dischi come Unknown Pleasures dei Joy Division, 154
degli Wire, Secondhand Daylight dei Magazine e Join Hands di
Siouxsie con i Banshees, l’esordio dei Cure. Però per Wilson il
dopo-punk c’è già, e se non c’è VA INVENTATO. Fonda l’etichetta
nel gennaio del ’78 insieme ad Erasmus. A loro si aggrega quasi
subito Peter Saville, l’uomo al quale si deve l’immagine della
label. Il grafico impone un minimalismo che nel tempo si fa
sempre più elegante, a partire dal logo scelto per l’etichetta
(il profilo stilizzato di una fabbrica con ciminiera, per
l’appunto). In maggio Wilson e soci inaugurano un club, la
Factory, dove si esibiscono formazioni emergenti della scena
cittadina come Joy Division e Durutti Column. L’originalità
della neonata etichetta sta, fin da subito, anche nella scelta
di assegnare numeri di catalogo non soltanto alle uscite
discografiche ma anche alle altre produzioni partorite dal “team
creativo”. Il numero uno infatti è il poster del primo show al
club, non un disco. E finchè si tratta di un poster la cosa è
anche comprensibile. Capita anche che il catalogo, che arriva al
n.501, assegni numeri a spillette, programmi televisivi, serate
live, magliette, jingle radiofonici, locali, uffici, il salone
di un parrucchiere, la lettera arrivata dall’avvocato di Hannett
con la richiesta di denaro agli ex-soci, addirittura uno
”scherzo”, una scommessa tra Wilson e Gretton. Tutto viene
catalogato, anche il catalogo stesso, ogni cosa marchiata
factory uscita dall’immaginazione e dal lavoro di Wilson e soci.
Tutto catalogato e numerato ma non in ordine progressivo: altra
scelta punk, situazionista.
Il modello di gestione è quello della Rabid Records, la più
importante label indipendente di Manchester nata col punk che si
era costruita una certa fama grazie a gruppi come Slaughter &
The Dogs (dei quali Gretton era manager), John Cooper Clarke
(poi passato alla CBS) e Jilted John (poi alla EMI). Tony Wilson
aveva la Rabid come modello alla quale soffia prima Gretton poi
il produttore Martin Hannett. È con questa squadra che nasce la
Factory, un’etichetta orgogliosamente “non londinese”. Il rimo
disco è un’ep, A Factory Sampler, con brani di alcune bands che
si sono esibite alla Factory: Joy Division, Durutti Column, i
Cabaret Voltaire di Sheffield e l’attore John Dowie, ed esce nel
gennaio del ’79. Gli uffici, la sede dell’etichetta è in
Palatine Road, a casa di Erasmus.
Giugno 1979, nel cuore dell’anno del dopo-punk, esce uno dei
capolavori del genere, Unknown Pleasures, lp di debutto dei Joy
Division. Ed è una tipica, perfetta espressione Factory, a
partire dalla musica (per descriverla occorre ricorrere a
termini come “fredda”, “gelida”, “minimale”, un po’ scontati ma
efficaci) passando per i suoni (modellati da Hannett) alla
grafica dell’involucro, modernissima e PERFETTA, un’idea di
Saville che farà storia. Con Unknown Pleasures dei Joy Division
c’è il salto di qualità e della Factory cominciano a parlare
tutti. A Londra anche con un po’ di invidia perché “quelli là”,
quelli di Manchester, sono “più avanti”.
Quello della Factory è uno stile “globale”. Pensiamo anche solo
all’immagine della band Factory per antonomasia, i Joy Division.
Nessun sorriso, pose “ordinarie” molto lontane dall’iconografia
classica delle rockstar (e questa era già un’innovazione, visto
il background di Curtis e soci fatto di Bowie, Roxy, Iggy, Lou
Reed e glam in genere), paesaggi industriali, una pressoché
costante mancanza di sole. Uno stile ben preciso e vincente sul
quale però c’è qualche aspetto da “sfatare”. Di recente ho
conosciuto Kevin Cummins, uno dei più importanti fotografi rock
del dopo ’77 (caporedattore di NME, autore di libri e mostre
personali in tutto il mondo). Cummins è di Manchester, amico
personale dei Joy Division, di Wilson e di tutte le figure
ruotate attorno alla Factory. Cummins ha documentato la nascita
della scena cittadina (e il suo sviluppo, comprese le propaggini
negli anni ottanta e novanta, sino al brit-pop degli Oasis) e
sue sono alcune delle foto “classiche” della band. Era ospite
della settimana della Fotografia Europea di Reggio Emilia.
Ebbene, Cummins mi ha detto che quella del bianco e nero era una
necessità, più che una scelta. I rullini costavano meno, poteva
lavorarci da solo, senza affidarsi ai laboratori, e abbreviare i
tempi. Tra l’altro, i settimanali musicali come MM, NME e Sounds
erano in bianco e nero. Se avesse potuto, però, in molti casi
avrebbe adottato il colore. Non solo. Anche certi sfondi, poi
diventati “iconici”, sono casuali, scelti solo perché vicini
alla sala prove della band. Insomma, dico questo per dimostrare
che sull’eleganza pura e la ricercatezza del post-punk a volte
si è favoleggiato un po’ troppo, quasi sempre”a posteriori”,
ragionando sul passato perché “il passato è sempre e comunque
meglio del presente”. Con questo non intendo sminuire la portata
artistica di certe scelte. Solo (e in questo sono confutato dai
fatti) vorrei che il discorso fosse riportato sul piano della
cronaca e della storia. Tra il ’79 e l’80 la Factory esprime il
massimo del suo potenziale creativo ancora legato al ’77.
Pubblica altri dischi dei Durutti Column, porta i Joy Division
in tour anche all’estero, in Francia e in Belgio, poi in maggio
arriva il suicidio di Ian Curtis, un evento che cambia la storia
non solo dei Joy Division ma di tutta l’etichetta e direi anche
del movimento post-punk.
Curtis si suicida alla vigilia di un tour americano che avrebbe
portato la band (e di conseguenza l’etichetta) a livelli di
popolarità altissimi. Invece tutto si blocca. Da lì partono le
speculazioni, si comincia a romanzare sulla vicenda di Curtis, a
farne un martire esistenzialista (quando invece sappiamo che
Curtis era un CONCRETISSIMO 23enne inglese con CONCRETISSIMI,
UMANISSIMI difetti) (e in questo c’è lo spettro di quello che
anni dopo diventerà il culto funereo della morte sbandierato un
po’ platealmente da alcune frange del movimento). In quel
momento però (siamo nel maggio del 1980) si chiude una fase
della vicenda Factory. E se ne avvia un’altra, la seconda,
quella dello “scatto di popolarità” ottenuto senza snaturare le
logiche che ne avevano segnato la nascita. Di lì a poche
settimane esce il secondo album dei Joy Division, Closer (già
pronto da tempo, compresa la copertina che ritrae un monumento
funerario presente al cimitero di Staglieno, a Genova. Concepita
ben prima della morte di Curtis), e soprattutto il singolo Love
Will Tear Us Apart, che proietta i Joy Division nientemeno che
nella top 20. Impensabile, sino a pochi mesi prima. Sull’onda
del successo di vendite di questi dischi Wilson e soci decidono
di allargare i propri orizzonti. Aprono una succursale in
Belgio, la Factory Benelux (in collaborazione con l’etichetta
“sorella” Les Disques Du Crepuscule) e una sussidiaria americana
per distribuire le proprie produzioni oltreoceano. Non solo. C’è
un altro fatto destinato a segnare la storia dell’etichetta
nella seconda metà del 1980. è la nascita dei New Order, con
l’innesto della tastierista Gillian Gilbert.
Il 1981 è l’anno del loro debutto, col singolo Ceremony (un
brano che già i Joy Division eseguivano dal vivo), e soprattutto
dell’album Movement, che ancora rispecchia pienamente l’IDEA di
post-punk e conserva elementi del suono minimale e sofferto dei
Joy Division, anche se arricchito da ritmiche più moderne. Al
1981 risale anche l’idea di convertire una vecchia fabbrica
tessile dismessa di Manchester (una scelta parzialmente casuale
e parzialmente “voluta”, quella della fabbrica) in un club
destinato a fare epoca ma anche a perdere denaro, tantissimo.
Quel club è l’Hacienda, e apre nel maggio dell’82, ma le
strategie legate alla sua gestione porteranno prima Hannett e
poi Saville ad uscire dalla società (anche se Saville continuerà
a lavorarci come “esterno”). L’Hacienda diventa il locale
simbolo degli anni ottanta, il più influente in assoluto, quello
dove le future star del pop fanno a gomitate per entrare. Il
primo a ospitare forme di contaminazione e a LEGITTIMARE la
convivenza tra la filosofia post-punk (e certe sue espressioni
artistiche) con i primi esempi di ritmiche dance e house in
arrivo da Chicago. Avanti anni luce sul piano “ideologico”, ma
un disastro su quello finanziario. La politica dei prezzi bassi
non funziona e Wilson persevera nell’errore (alla fine del
decennio poi la massiccia diffusione di droghe sintetiche come
l’extasi porterà a un certo calo dell’uso di alcool). Insomma,
l’Hacienda lavora in perdita. È un luogo culto, ma non funziona.
A tenere in piedi la baracca, commercialmente, sono i New Order,
che nell’83 indovinano (un po’ casualmente, provando i campioni
di una drum-machine) l’hit del decennio, Blue Monday, uno dei
singoli più venduti nella storia del pop inglese. Per qualcuno,
il brano dance PERFETTO. Si, perché di pop e di dance si tratta.
Colta, di un’eleganza inedita (in questo figlia del post-punk)
ma sempre dance, e così popolare da scalare le classifiche ed
essere ballato in tutto il mondo. È così che nasce la terza fase
Factory, quella della grandeur prima del crollo.
Wilson, Erasmus e Gretton sposano la causa della dance moderna,
aprono negozi, nuovi uffici, mettono sotto contratto le nuove
leve della scena cittadina. Nel turbine degli eventi però (siamo
nel cuore del decennio, gli anni centrali, 84/85/86) si lasciano
sfuggire il nome che conta e che avrebbe potuto cambiare le
sorti dell’etichetta. Un gruppo che avevano sotto il naso, 100%
Manchester, gli Smiths. Mettono sotto contratto i giovanissimi
Happy Mondays ma si lasciano sfuggire gli Smiths (non so se mi
spiego), e questo alla fine si rivelerà un errore imperdonabile.
Con gli Happy Mondays la Factory disegnerà anche i tratti della
nuova Manchester “felice e drogata”, la Madchester della Summer
Of Love 1988 ma, al di là della contaminazione stilistica e
della grande capacità della nuova scena cittadina di generare
mode, stiamo parlando di una situazione che in 10 anni è
COMPLETAMENTE CAMBIATA. Tra la fine degli anni 70 e la fine
degli anni 80 Manchester ha visto passare tutto, ma la Factory
non ha saputo capitalizzare. Gli Happy Mondays stravendono ma
per il resto il catalogo Factory è in perdita. I New Order sono
in calo di popolarità (vengono salvati dalla federazione
calcistica inglese che commissiona alla band l’inno della
nazionale inglese per i Mondiali del ’90, col quale finiscono al
n.1, ma si tratta di un’eccezione, di una boccata d’ossigeno).
Nel’91 muore Martin Hannett (aveva appena ristabilito i rapporti
con la Factory, lavorando con gli Happy Mondays) e l’anno
successivo (con i New Order a rischio scioglimento) la Factory
dichiara bancarotta e chiude in novembre. Prima aveva tentato
anche la carta del “classico” (Factory Classic)…tentativi
disperati di tenere in vita un’etichetta che ha fatto il suo
tempo e che nel ’92 è già vecchia, superata. È un’etichetta
legata al passato, agli anni ottanta. È L’ETICHETTA DEGLI ANNI
80. Nel ’97 chiude anche l’Hacienda. Wilson non molla, si
inventa la Factory Two, ma si tratta di affanni inutili perché è
tutto finito. E quando è DAVVERO tutto finito arrivano le
celebrazioni, inesorabili.
Un mio amico tempo fa mi ha suggerito di guardare 24 Hour Party
People, un film di Michael Winterbottom che secondo lui
fotografava la Manchester degli anni della Factory meglio di
Control di Corbijin e di tanti dischi e libri. L’ho guardato e
ho subito pensato che quel film raccontava cose diverse.
Raccontava gli anni 80 artisticamente antagonisti (o
estremamente modaioli, i due estremi a volte si avvicinano) ma
non il post-punk, non la genesi di un’idea, non il clima che
aveva fatto di Manchester il fulcro di un’idea. Forse nemmeno lo
voleva. Quel film dà una visione parziale di quella che è stata
la Factory. Una visione “cinematografica” (la PIU’
cinematografica possibile) ma anche la più lontana dalle sue
radici. Né migliore né peggiore: diversa (da questo punto di
vista meglio sfogliare un libro fotografico come Looking For The
Light Through The Pouring Rain di Kevin Cummins).
La morte di Wilson nel 2007 per un tumore ha davvero posto fine
ad ogni tentativo di fare chiarezza su quella vicenda che non è
solo la vicenda di una label nata col post-punk. È la storia di
un’etichetta che, nella sua prima, FONDAMENTALE fase, il
post-punk l’ha inventato. Non era l’unica, non era la più ricca,
non era quella col miglior catalogo. Ma l’IDEA di QUELLA Factory
è sopravvissuta al tempo. Un modo di essere, più che
un’etichetta. Uno stile unico e , alla fine, l’immagine di ciò
che era diventato il punk, esasperando certi suoi aspetti:
l’intimismo, l’esternazione del dolore, la visione negativa del
presente, l’amore/odio per il contesto sociale. Il post-punk, a
differenza del dark, porta in superficie questi aspetti senza
distorcerli, senza sminuirne la portata trasformandoli in
teatro. Il post-punk è la negatività del punk fatta arte, e la
Factory Records, per un breve periodo di tempo, ne è
l’espressione più alta.
Grazie.
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